Cuoio Nero di David J. Schow – Un’antologia del padre dello Splatterpunk!

Starnutì e sollevò una nuvola di polvere. “Gesundheit”. Una falena gli uscì dalle labbra e si diresse verso il soffitto.

David J. Schow è definito “padre” non per aver creato il genere Splatterpunk ma per essersi inventato la parola “Splatterpunk”. Esisteva già “Cyberpunk” e lui pensò bene di mettere Splatter- al posto di Cyber-. Geniale, non c’è che dire. Dai una parola a una cosa e la fai esistere, quindi in un certo senso se non fosse stato per David J. Schow noi oggi parleremmo di qualcos’altro.

Purtroppo, da quando nei primi anni ’90 iniziarono a pubblicare anche in Italia gli autori splatterpunks, lui fu lasciato indietro. Citavano il romanzo The Kill Riff in ogni introduzione o antologia sul moderno horror ma di vederlo tradotto neanche a parlarne. Arrivarono Clive Barker, Skipp & Spector, Ray Garton, Joe R. Lansdale, Richard Laymon, Rex Miller ma di Schow niente. Ci provò nel 1996 la Pheonix, casa editrice morta e compianta gestita da Daniele Brolli, che però quando pubblicò l’antologia Lost Angels  fece qualcosa di poco schietto a livello legale e fu costretta a ritirarla dal mercato. A parte quella, i lettori si sono sempre dovuti accontentare dei saltuari racconti inseriti nelle antologie della Newton & Compton, Bompiani e Mondadori. E quasi mai erano dei pezzi così interessanti da giustificare la gran considerazione che all’estero si aveva per David J. Schow. Il suo titolo più audace è nella raccolta fondamentale Book Of Dead (Il libro dei morti viventi) a cura di Skipp & Spector, uscito per Bompiani. Si tratta di Wormboy e i figli di Jerry che però non risulta tra i momenti migliori della raccolta, a dirla tutta. Si vede che Schow sa scrivere ma la storia sembra una gigantesca diarrea di sconcezze e ripugnanze, nessuna idea vincente alla base, né un intreccio che colpisca l’immaginazione.

Dopo anni in cui non è stato praticamente pubblicato più nulla di nessuno degli Splatterpunkers in Italia (ma nemmeno all’estero è successo molto, dopo il 1994) finalmente la Indipendent Legions rilancia il genere con una serie di incredibili pubblicazioni. E tra le tante c’è anche questo Cuoio nero, raccolta del 1994 uscita col titolo originale di Black Leather Required; quindici racconti in cui finalmente possiamo renderci conto anche noi italiani (che non biascichiamo l’Inglese come i team-manager), dell’effettivo valore di Schow.

Che non è un granché, a dirla proprio tutta. O meglio, siamo più specifici. Cuoio nero non è il testo definitivo che possa rendergli giustizia. Di sicuro si nota anche qui che sa scrivere. Ha una capacità affabulatoria sopra la media degli autori horror americani. Per intenderci, non ha nulla da invidiare a Barker in termini di prosa evocativa, ma non basta un buon traduttore, ne serve uno davvero in gamba per rendere giustizia a una voce così rock and roll.

Il problema è che alla Indipendent Legions (lo dico con tutto l’affetto del mondo) non si possono permettere un mago del traslato e quindi la prosa di Schow a volte risulta implodere sul più bello a causa di una frase che magari non è resa potente al punto giusto. Questo autore è una specie di compressore. Non ti da tregua fino al bianco oltre il punto. E il bianco non è il quello del foglio ma dei tuoi occhi, sia chiaro.

E non era facile tradurlo, per carità, ma il bello degli Splatterpunkers sta proprio nello stile. Tranne Laymon, gli altri che ho citato sopra sono tutte penne capaci di narrare in modo scoppiettante e avvincente cose discutibili. Spesso anche alla Mondadori, Fanucci, Nord sono capitati i traduttori sbagliati per Laymon, Fowler o Sammons. Purtroppo nel caso di Schow lo stile è una cosa fondamentale. Lui non ha quasi mai idee vincenti alla base dei suoi racconti; non è un Bloch e tantomeno un Matheson. I suoi spunti sono quello che sono e anche a livello di intreccio difficilmente succede qualcosa di così irresistibile e inatteso da farci dimenticare quel suo vocione allusivo, divertente e vistoso.

Dei tredici racconti però ce ne sono alcuni davvero buoni che in parte difendono la fama di Schow. Il primo è La notte di Pitt al cimitero di Lewistone, dove si parla di necrofilia e si ride. Il secondo è Compagno di vita, dove si parla di necrofilia e si riflette. Il terzo è Cappelli da cattivi, dove non si parla di necrofilia ma vi assicuro che non si ride e non si riflette: si impazzisce.

Nel caso di Pitt non tutto è al posto giusto ma il tono è scanzonato e divertente, i dialoghi strappano diverse risate e l’atmosfera funerea è in definitiva piuttosto seducente: una Spoon River alla Romero, per capirci. Il secondo è il capolavoro della raccolta e da solo riscatta l’intero genere Splatterpunk (mentre praticamente quasi tutti gli altri racconti presenti non fanno che inguaiarlo). Si può dire qualcosa di diverso sui rapporti sentimentali parlando di scoparsi un cadavere? Sì. Ma per farlo ci vuole gente come Schow. Punto.

Il terzo titolo è ridicolo. Cappelli da cattivi… che cazzo significa? Fidatevi un senso ce là ed è un racconto molto potente, per lettori con le palle; ma non lo diciamo per alludere alla violenza massiccia che c’è dentro. Ci riferiamo al qualcosa di indefinibile che inquieta e serpeggia nel testo, tra un’esecuzione anale e uno stupro con gambizzazione. John Farris (oh dio, John Farris…) ne parla nell’introduzione striminzita: “Cappelli da cattivi mi ha lasciato un timore reverenziale nei confronti del perpetratore che ti punisce, poi ti strizza l’occhio e ti punisce di più”. Non è preciso quanto scrive (non lo è mai, per carità) ma aiuta a capire il reale potere del testo. Sembra infatti che la catena di massacri che avvengono nella storia facciano capo a qualcosa di intangibile, di sovrumano, una specie di Dio del rasoio in stile Lansdale, che non viene però citato con uno stupido nome; o magari l’entità topistica di Il guaito dei cani battuti di Harlan Ellison (topistica è da topos, non parlo di ratti, ok?) ma con meno didascalie. In questo non detto c’è la scorreggia che ci fa sospettare che di lì sia passato un grande scrittore. A presto David. Torna a trovarci!

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