L’esorcista di William Peter Blatty (Mondadori, 1971)

“Qualcuno stava suonando Red River Valley, la canzone prediletta del religioso fin dai tempi della fanciullezza. L’ascoltò finché i rumori del traffico non la soffocarono, finché le errabonde reminiscenze non furono frantumate da un mondo che era quello del momento presente, un mondo in tormento che invocava aiuto perdendo sangue dai tubi di scappamento”

L’esorcista è il film horror che ha incassato di più nella storia del Cinema. E se pensiamo a L’esorcista ci viene in mente, per forza di cose, il film. Esiste un romanzo ma lo sanno molti di meno di quanti dovrebbero. Andrebbe letto e questo lo sanno ancora meno appassionati di quanto sembri. William Peter Blatty è un autore sottovalutato. La sua fama è correlata al film di Friedkin, che sceneggiò, ma non fece solo quello: scrisse anche molta narrativa di qualità. Legion, trasposto al cinema da Blatty stesso (non l’avesse mai fatto) è imperdibile e L’esorcista, il romanzo uscito nel 1971 per la Bantan Books (e in Italia via Mondadori) resta una delle prove più audaci e suggestive della moderna letteratura orrorifica.
Per prima cosa il libro fa paura. Non solo ne faceva nel 1971 ma anche oggi sa infilare dita rugose e gelide lungo la schiena di noi lettori multimediali. Inoltre, se avete amato il film, dovete assolutamente recuperarlo perché alcune delle risposte che Friedkin non concede sullo schermo, qui le potete trovare. Ci sono alcuni elementi che restano un po’ sottesi al Cinema e che tra le pagine del libro escono con più prepotenza, suscitando parecchia inquietudine. Per prima cosa ci immaginiamo Regan solo sdraiata sul letto mentre lancia minestra di piselli sul viso di Jason Miller (Padre Karras), oppure ce la figuriamo nei suoi monologhi vernacolari, nell’atto di ingiuriare la croce infilandosela nella vagina; e poi, certo, c’è il numero della testa girata al contrario ma non è tutto qui. Nel libro la cosa è più evidente. Regan, prima di essere immobilizzata a letto con delle potenti cinghie per adulti, prima di essere sedata con un tranquillante per cavalli, non si limita a levitare e sputare parolacce: agisce. Per prima cosa uccide un uomo e poi esce anche di casa a far baldoria. Esatto. Non ve l’aspettavate, eh?
Ricordate gli atti di vituperio nella Chiesa di Georgetown, con la madonna che ha un grosso pene insanguinato attaccato all’altezza giusta? Chi credete sia stato? Inoltre ci sono un paio di aspetti che nel film, per forza di cose, vengono meno. Prima di tutto la puzza. La stanza dove Regan è confinata ha una temperatura da far congelare il termometro e questo si nota con il fiato che si condensa quando i preti parlano e il tremore dei loro corpi, ma Friedkin non può darvi un’idea del fetore di putrido che emana il corpicino martirizzato della bambina.

E poi le voci: Dennings, il regista inglese che Regan uccide torcendogli il collo e lanciandolo dalla finestra della cameretta, diventa uno dei più brillanti interpreti delle sbocconerie della bimba. Nel film, Regan è doppiata da Laura Betti, che interpreta il demone; poi si sente la voce della mamma di Karras e quella del barbone in metropolitana: “Padre, aiuti uno che da giovane serviva messa!”. Quando però c’è la scena del collo torto e la battuta: “Sai cosa ha fatto quella succhiacazzi di tua figlia?” non si nota davvero perché siamo distratti da ciò che vediamo ma è Oreste Lionello a dirlo. E l’attore del Bagaglino doppia Dennings. Sono quisquiglie ma per i veri appassionati, che davanti al film sono passati decine e decine di volte, aprono mondi percettivi non da poco.

Inoltre ci sono altri due elementi sostanziali che nel libro differiscono dal film e vanno riscoperti. Il primo è la scena del prete, Padre Dayer, che dopo aver suonato il piano dice più o meno una cosa così: “Il Paradiso me lo figuro come un grande night club e io che suono al piano davanti a un pubblico di angeli che mi adorano”. Poi si fa silenzio. Regan è scesa tra gli invitati, è in vestaglia e fissa il prete con aria ostile. Fa pipì sul pavimento. Notiamo che è verdastra. “Tu ci morirai lassù” dice a Deyer. In realtà, nel romanzo lei rivolge questa battuta all’astronauta, personaggio tagliato di netto dal film. Messa così sulla carta ha molto più senso. Dire all’astronauta in procinto di partire per lo spazio “tu morirai tra le stelle” è tipico del diavolo che si diverte a predire la morte agli uomini senza che glielo richiedano. Dirlo a un prete che vaneggia bonariamente di trovarsi in Paradiso è un altro paio di maniche e la battuta guadagna una forza poetica che nemmeno l’intera opera degli Slayer! Perché dire a un prete che morirà in Paradiso è davvero una delle battute più cattive e incredibili della storia del Cinema e non solo.

L’altro elemento che andrebbe recuperato dal libro è la figura della medium Mary Joe Perry. Durante la festa che Chris, la mamma di Regan, organizza in casa, c’è anche questa sensitiva che può sembrare una figura abbastanza classica e scontata in un romanzo horror, ma vi assicuro che il suo porco effetto lo produce. Lei si accorge che qualcosa non va nella casa e decisamente nella bambina. Il dialogo tra lei e Chris sulla porta d’ingresso, al momento del congedo è davvero molto inquietante. Non è facile spiegare il motivo. Si tratta di un saggio da maestro di Blatty. Bisognerebbe scardinare il paragrafo e metterne in mostra le interiora tecniche. Non sarebbe gustoso. Meglio lasciarlo così e godersi l’effetto. La medium entra ed esce dalla luce del portico. La sua voce è apparentemente tranquilla ma Chris non sa come spiegarsi l’angoscia che le procura. Memorabile la battuta conclusiva della Perry: “mia cara, nei manicomi di tutto il mondo c’è un sacco di gente che si è baloccata con l’occulto”. Ed è vero.

Un’altra cosa interessante, e qui concludo se no l’articolo viene troppo lungo e vi annoia, è la discussione tra Padre Merrin (L’esorcista) e Padre Karras davanti allo spettacolo insopportabile di Regan che muore… sì perché il vero problema della possessione, a parte il male che l’ossessa può compiere è il male verso se stessa. O che il diavolo le infligge. Prendere il corpo di una bambina e farle dire sconcezze non è l’obiettivo finale del demone, ma ucciderla facendola marcire a poco a poco. Comunque dicevo, la discussione tra i preti sulla possessione è illuminante quando Merrin rivela a Karras che un evento del genere è raro perché il diavolo preferisce usare cose più piccole e meno vistose. “La possessione è nelle piccole cose, nelle ossessioni tra amanti, nei rancori mai sopiti, nell’invidia, nelle fissazioni che non ci abbandonano mai e arrivano a farci fare cose stupide e cattive verso chi amiamo”. Interessante, no?

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