Gli angeli perduti di David J. Schow – Lost Angels

Si parla del lontano 1999 e se non ricordo male Lost Angels fu l’ultima uscita che mi portò all’attenzione la Phoenix Editore. Il libro sono riuscito a trovarlo e leggerlo solo ora, dopo quasi vent’anni, grazie a e-bay. Quando Daniele Brolli (se ci sei batti un colpo, amico) lo fece uscire per la collana Sangue, dopo The Cleanup (L’angelo della carne) di John Skipp & Craig Spector e Slob di Rex Miller, il fenomeno splatterpunk ormai non faceva più sensazione. E forse in Italia non era mai stato una cosa tanto rilevante.Sì, c’erano stati saggi, antologie, romanzi splat per tutto il decennio e il fenomeno della gioventù cannibale era in pratica una risposta alla scuola di Barker, Garton, Lansdale e Schow… anzi, a dire il vero Schow no. In Italia sapevamo che la parola splatterpunk l’aveva inventata lui e che era l’autore del romanzo The Kill Riff, storia di un padre che perde la figlia, calpestata a morte durante il concerto di un gruppo metal, il quale decide per vendetta di ammazzare tutti i membri della band. Mai uscito qui da noi, The Kill Riff, e a sentire il parere di Paul M. Sammon, curatore di Splatterpunks. Extreme Horror, non è nemmeno uno degli esempi più eclatanti del genere.

Schow no. Da noi il suo nome è circolato tanto durante gli anni 90. Einaudi pubblicò persino una raccolta di racconti curata da lui: Silver Scream (Lo schermo dell’incubo), ma nessun editore puntò mai sulle sue cose originali. A parte Phoenix e Brolli, nel 1999. Ora, io so che Lost Angels fu un pasticciaccio brutto che costò parecchio alla piccola casa editrice italiana. Non c’erano i permessi o non so bene. Si tratta del probabile motivo per cui ci ho messo vent’anni a rimediare una copia: lo ritirarono dal commercio prima possibile. E dopo tanto mi ci sono avvicinato con un certo disincanto. C’è già la Indipendent Legions a rimettere in giro le cose di Schow in Italia, oggi, e rovinare il ricordo. Ho quindi già letto (e recensito per questo blog) Cuoio Nero, un’altra antologia ben più polposa e nutrita del 1994, tradotta male da Manzetti e curata così così.

David J. Schow è uno dei più talentuosi autori splatterpunk, forse quello che assieme a Barker sa scrivere meglio, con uno stile ganzo e ruspante, ma al contrario di Clive, non è che gli vengano racconti geniali. Sovente lo stile è un pachiderma che balla sulla cristalliera delle sue stesse trame. E quando esplodono bicchieri e lampadari, si trova poco e nulla sotto, a parte le acuminate macerie. Non sono molti i racconti di David J. Schow a rimanere nel cuore o nella testa. Alcuni sì, ma se questo autore ha realizzato grandi cose, la maggior parte ancora non è stata tradotta da noi, mettiamola così.

Lost Angels è un’antologia di cinque racconti che ho faticato a leggere. In alcuni momenti ho trovato bei dialoghi, qualche descrizione avvincente, uno straccio di trama da seguire, ma quanta fatica. In parte la difficoltà è dovuta ai caratteri troppo piccoli scelti da Phoenix, ma non si tratta solo di quello. Davanti agli occhi avevo sempre lo stile. C’era Schow che si sbracciava per non farmi vedere la storia che mi stava raccontando, come a non volere che mi accorgessi di quanto fosse esile, inconsistente e innocua. Sì, perché se c’è una cosa che mi ha deluso è proprio la docilità di questi racconti. Decisamente non è Lost Angels il biglietto da visita ideale per presentare il papà dello Splatterpunk. Lo è molto di più il racconto Vermone e i figli di Jack (uscito nell’antologia Book Of Dead di Skip & Spector, Bompiani). Per quanto anche lì fosse più lo stile a rimanere impresso e conquistare, non l’idea alla base del tutto. Insomma, Schow è bravo, tanto. Forse troppo. Ma non è della scuola di Richard Mateson. Troppo barocco, rumoroso. Se lo stile migliore di un autore di storie horror è quello che non si nota, allora diciamo che Schow entra in casa in punta di piedi suonando un trombone stonatissimo, alle quattro del mattino.

Bisogna ammettere però che in Lost Angels c’è qualcosa di speciale che salva il tutto e riscatta in parte l’autore. Monster Show. Film di mostri. Il racconto in chiusura. Non è estremo, anzi. Si tratta di una romantica dichiarazione d’amore ai vecchi film di mostri, un sentito omaggio a Lon Chaney jr., le belve della Universal e le riviste come Famous Monsters. Schow potrebbe anche renderla una storia spaventosa, in fondo oltre ai ricordi di un adulto cresciuto a pane e La Mummia, c’è anche un trauma infantile e una relazione che nasce tra lui e una donna sola; finché non si arriva alla fine c’è quella tensione tipica del racconto horror (o forse è l’idea che essendo in un’antologia dell’orrore debba succedere qualcosa di tragico o spaventoso, prima o poi). Ma di fatto non succede niente. I due si tuffano insieme dentro il fortino di cuscini del vecchio bambino che fu lui, e guardano i film di mostri insieme alla faccia del mondo. Toccante.

Degli altri titoli forse Luce Rossa è l’unico che abbia una sua compiutezza e che possa meritare di sopravvivere al macero. Vinse il Bram Stoker Awards nell’1987 (bei tempi) e parla in poche pagine di una modella che si rende conto di consumarsi via via che si lascia fotografare. Come disse giustamente Paul Sammon è una versione più spinta di La ragazza con gli occhi famelici di Fritz Leiber; immenso scrittore mai troppo citato in ambito horror letterario. E devo dire che in Schow se ne sente spesso l’influsso. Peccato che rispetto al maestro, l’allievo David sia troppo rock and roll (in senso chiassoso ed esibizionista) per lasciare il segno con qualcosa del livello suggestionabile e raffinato che raggiunge quasi sempre Leiber. Ma lasciamo stare.

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